Il food italiano cresce all’estero

dal Sole 24 ore venerdì 3 maggio 2013 di Emanuele Scarci

L’export di agroalimentare non tradisce mai. Anche adesso che il made in Italy manifesta segnali di stanchezza. Oggi un prodotto alimentare su cinque finisce sui mercati esteri. Nel 2012 i mercati internazionali hanno divorato agroalimentare italiano per 25 miliardi (+7% sul 2011) contro i 19 miliardi di import. Ma lo slancio non si è esaurito: nel primo bimestre del 2013 l’export è cresciuto ancora, secondo il Centro studi Federalimentare del 6,5% contribuendo in misura determinate a trascinare la produzione industriale del 4,7%. Che l’anno scorso si è attestata a 130 miliardi.
«Con i consumi italiani in retromarcia – osserva Filippo Ferrua, presidente di Federalimentare – l’export rappresenta un’importante valvole di sfogo e di redditività. E ci sono ancora margini per crescere». Nel 2012 l’incidenza dell’export sul fatturato totale ha sfiorato il 20%. La più alta di sempre, ma inferiore a quella di Germania, Francia e Spagna la cui quota oscilla tra il 22% e il 29%.
Sul mercato domestico invece prevale l’erosione dei consumi, anche se si è lontani dal crollo degli altri settori industriali: in 5 anni la crisi ha tagliato 20 miliardi di spesa alimentare e nel 2011-2012 il calo degli occupati è stato di 5mila addetti. «Finora – sottolinea Ferrua – le imprese hanno gestito questa situazione con il freno tirato sul turnover e, per fortuna, non abbiamo grandi imprese con impegnativi processi di ristrutturazione e Cig. Tuttavia non siamo certi che in futuro la situazione non possa cambiare: già oggi sono scese dal 58 al 45% le aziende che effettueranno investimenti nel prossimo biennio, non solo per sfiducia ma anche perché l’accesso al credito è diventato più difficile».

Ma dove cresce il made in Italy? Meno nella vecchia Europa e di più in Nord America e nei mercati emergenti. L’anno scorso nella Ue il made in Italy ha messo a segno un +4,9%, e negli Usa il balzo è stato dell’8,9%; nei paesi emergenti le performance sono volate (ma su valori assoluti contenuti): negli Emirati Arabi Uniti (+42,4%), in Thailandia (+42,3%), in Messico (+35,6%) e in Arabia Saudita (+30,5%). Un passo dietro Corea del Sud (+22,2%), Cina (+18,3%) e Russia (+17%). Quanto alla merceologia, il vino è diventato il vero driver del made in Italy, accanto al quale si collocano altri prodotti della dieta mediterranea: pasta, verdura e frutta. E altri ancora dello stile italiano: formaggi (il Grana padano è il più venduto nel mondo), dolciari, salumi e caffè. Nel 2012 su un valore della produzione di vino di 9 miliardi ne sono stati esportati 4,8 miliardi, oltre la metà. Che rappresentano il 20% dell’export agroalimentare, seguito dal 12% di vegetali e frutta, dal 12% di dolciari, dal 10% di lattiero-caseario, dal 9% di pasta. Paradossalmente riusciamo a esportare in Nord Europa anche la birra italiana (gli inglesi ne bevono il 60%): al di là delle Alpi ne vanno oltre due milioni di ettolitri, oltre il 16% della produzione. «Aiuta molto – sostiene Alberto Frausin, presidente di AssoBirra (quest’anno il significativo esordio a Vinitaly) – la diffusione del cibo italiano nel mondo e si porta dietro anche la nostra cultura della birra. Un business che all’erario fornisce 4 miliardi di entrate e assorbe dall’agricoltura tutta la materia prima disponibile». Ma ora anche i 445 microbirrifici rendono più “italiano” questo prodotto.

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