Ortofrutta anticrisi la filiera si trasforma e scala l’Europa

E’ IL SETTORE TRA I PIÙ INNOVATIVI, SECONDO PER ESPORTAZIONI DOPO IL VINO, GRAZIE AL PASSAGGIO DA SEMPLICI COMMODITY AGRICOLE A PRODOTTI SOFISTICATI. E I MACCHINARI PER LA TRASFORMAZIONE SONO IL GIOIELLO HI-TECH MONDIALE di Paola Jadeluca

Milano Frutta e verdura tengono testa alla crisi. Nell’ultimo decennio l’ortofrutta italiana ha ripreso a rubare quote ai concorrenti sui mercati stranieri. Ma non dipende solo dal fatto che le mele o le patate del nostro paese sono più buone. Nelle scelte dei consumatori c’entra ovviamente anche il palato. Ma sul mercato ha vinto il modello di business. Fino agli anni 80-90, infatti, il settore viveva di sovvenzioni, ognuno pensava al suo orticello, senza visioni di mercato o sfide globali. Le immagini delle arance siciliane mandate al macero, mentre importavano quelle spagnole, spiegano bene quali fossero le logiche delle sovvenzioni comunitarie. Rapidamente abbiamo riconquistato posizioni. Parla per tutto il settore la bilancia commerciale: nel 2004 il saldo era positivo per 420 milioni di euro, un valore che si è stabilmente portato sopra l’importante soglia del miliardo di euro a partire dal 2007. Secondo i dati di FruitImprese, in quell’anno si è toccato quota 1,025 miliardi di euro, per far segnare il record storico nel 2008 (1,242 miliardi). Grazie all’integrazione verticale della filiera, all’innovazione, e anche alla logistica, l’Italia è diventata il secondo produttore di ortofrutta nell’Ue dietro la Spagna e occupa la seconda posizione anche in termini di esportazioni (sempre dietro Madrid). Ma in alcuni segmenti balza al vertice: è il primo produttore mondiale di kiwi. E primo paese produttore a livello europeo per lattughe e radicchio. La rivoluzione è partita dalla materia prima, che da semplice prodotto dell’agricoltura, da commodity, è divenuta un vero e proprio prodotto alimentare, con un suo stile, un suo packaging, elementi che contribuiscono ad aggiungere valore al prodotto finito. In alcuni casi, come le mele, il frutto più venduto in Europa, si parla di veri e propri brand, al pari di un capo fashion. Ma cambiano anche gli stili di vita. Si è registrato, ormai da anni, una crescente preferenza del consumatore per i prodotti pronti: prima è stata la verdura già pulita e tagliata. Poi le vaschette con la monodose di dressing per condire. L’azienda Linea Verde di Battagliola a Manerbio, nel bresciano, seguendo questa strada è diventato uno dei primi marchi di settore. Oggi tocca alla frutta: nella grande distribuzione si trovano le vaschette con la forchettina in plastica integrata, pronte per uno snack o un pranzo in ufficio o per strada. Dopo il boom dei primi anni, si registra un battuta d’arresto nel nostro paese, dove la crisi sta facendo limare il superfluo. Ma i prodotti di quarta gamma, così si chiamano, hanno un elevato valore aggiunto, e vanno alla grande nei paesi emergenti. Richiedono tecnologie di trattamento e confezionamento altamente sofisticate. Costano, ma se si fiuta il business giusto, ripagano. Lo prova il caso di Noberasco, azienda genovese alla quarta generazione di famiglia, che tra frutta secca ed essiccata ha ritagliato un business che dura da oltre un secolo, reinventando ogni giorno packaging e posizionamento. Con l’idea vincente del consumo ‘on the go’ ha vinto il premio Food per l’innovazione: gli snack di sola frutta a cubetti e senza conservanti, zuccheri o coloranti, ha fatto centro negli stili di vita salutistici anche fuori casa. Le tecnologie sono l’anima hitech di tutto il settore, che ha un segmento di macchine per la trasformazione di frutta e vegetali dove l’Italia è il numero uno con il 25-30% di export. Uno dei gioielli del Made in Italy. La concorrenza nel settore è forte, e oltre a Spagna, Olanda, Turchia e Polonia sono altri competitor agguerriti. Ai quali il nostro paese risponde con qualità, idee, e prodotti finiti innovativi. Con grande beneficio per la nostra economia: la produzione di frutta e ortaggi vale 12 miliardi di euro e rappresenta oltre un quarto dell’intera agricoltura del Belpaese. L’ortofrutta è la seconda voce dell’export agro-alimentare italiano dopo il vino. Le sole aziende private occupano oltre 25 mila addetti, a cui vanno aggiunti i dipendenti delle cooperative e della filiera. Certo, le difficoltà non mancano: le sanzioni europee nei confronti della Russia hanno assestato un duro colpo all’export che ha in Mosca uno dei suoi principali sbocchi. Inoltre sul settore incombe sempre la variabile maltempo, e la scorsa primavera, la situazione climatica ha penalizzato la produzione. Secondo l’associazione di produttori ortofrutticoli FruitImprese, presieduta da Marco Salvi, i primi dieci mesi del 2014 si sono chiusi con un export in calo dell’1,6% rispetto allo stesso periodo del 2013 (a 3,28 miliardi di euro). Il 2014 si è quindi probabilmente chiuso con un calo delle vendite, anche se dati finali non ce ne sono. La flessione, però, può essere considerata un incidente di percorso e non come il sintomo di una crisi più ampia. E il sentiment è di una pronta risalita. L’Italia esporta oggi 4 milioni di tonnellate di ortofrutta, per un valore di 4 miliardi. Ma in alcuni paesi, dove la pressione dei concorrenti è più forte, non ha ancora superato la soglia del 6-7%. Invece il potenziale stimato è di un export di almeno il doppio di quello attuale. Expo 2015, che aprirà tra meno di 100 giorni, potrebbe diventare la molla per far scattare ancora più in alto questo business. Proprio a Milano, divenuta l’hub, centro di snodo intercontinentale, importantissimo. Non a caso in contemporanea e a Milano, si svolgerà Fruit Innovation, la fiera internazionale del B2b, che ha l’ambizione di diventare una vera e propria piattaforma di business internazionale per tutta la filiera. Sviluppando, secondo le intenzioni di Enrico Pazzali, direttore della Fiera di Milano, tutte le sinergie possibili. Grazie alle moderne tecnologie, anche con i prodotti freschi e freschissimi il nostro paese è riuscito a esportare in paesi sempre più lontani, creando nuovi mercati di sbocco dall’Asia all’America. Un trend che ha contribuito in parte a bilanciare la flessione su altri mercati e, soprattutto, sul mercato domestico. Le rilevazioni di Nomisma, evidenziano una riduzione dei consumi pro-capite, che in dieci anni sono scesi del 18%. Da notare, che a fronte di una flessione nel fresco, la frutta secca ha fatto registrare invece un balzo, +37,7%. In crescita anche il consumo di piccoli frutti, sostanzialmente i frutti di bosco. Entrambi i prodotti sono prevalentemente importati. a fronte dell’export, infatti, anche in questo settore importiamo dall’estero. Ma, a conferma di una debolezza dei nostri consumi, anche le importazioni sono in flessione. Quello che conta, è che la bilancia commerciale, per i primi 10 mesi, continua a restare positiva. L’eccellenza italiana nel campo dell’ortofrutta non si limita alla produzione agricola ma si estende anche all’industria, dove lavorano molte aziende all’avanguardia nella produzione di macchine per la lavorazione

(26 gennaio 2015)

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