Nuovi agricoltori

Ritorno alla vita semplice. Quando coltivare la terra e badare agli animali era una disciplina. Un downshift che attrae sempre più giovani, in cerca di sapori autentici  di  Andrea Guolo, Vogue Italia, maggio 2015

Salgono in montagna, ripopolano borghi disabitati e ricostruiscono il futuro di un territorio. Attraverso la produzione di cibi tipici, di qualità. È un flusso migratorio all’inverso, legato alla valorizzazione dell’agricoltura tradizionale e delle biodiversità. Dagli Appennini alle Alpi, i protagonisti di questa rinascita contadina sono giovani laureati che vogliono investire nei loro paesi d’origine, manager in fuga dalla logorante vita metropolitana, produttori specializzati che escono dalla massa per abbracciare la nicchia. «Il cibo è un punto di ripartenza, perché elemento di condivisione, che crea immediatamente un senso di comunità», spiega Sonia Chellini, vice-presidente di Slow Food Italia, che ha avviato un progetto specifico, Stati Generali delle Comunità dell’Appennino, per la rinascita sociale ed economica della dorsale italica contro il progressivo abbandono.

E proprio sui monti della Basilicata, il rilancio della canapa per scopi alimentari è diventato l’idea fissa di due giovani lucani di ritorno dalla frenesia di Roma, dove Giuseppe Mancuso studiava economia e Pasquale Polosa faceva il personal trainer. A Oppido Lucano hanno riavviato le coltivazioni e costituito la società Canapa Lucana, per distribuire pasta, olio e farine da semi di canapa. Premiati da Coldiretti con l’Oscar Green, oggi hanno un indotto di quindici aziende agricole e varie realtà di trasformazione. Mentre tra le vette cuneesi si è trasferito un gruppo di dieci amici affascinati da un nobile formaggio, il Castelmagno d’Alpeggio Dop, e conquistati dalla bellezza del borgo di Valliera, in Valle Grana, a 1500 metri di altezza. Quando lo visitarono per la prima volta, otto anni fa, trovarono nelle case le tavole ancora imbandite e i vestiti dei vecchi proprietari, rimasti abbandonati per mezzo secolo. Ora quel gruppo di giovani, dopo aver rilanciato l’allevamento al pascolo, quest’anno produrrà 1500 forme di formaggio con marchio Des Martin, una prelibatezza contesa dagli intenditori. E nella zona sono già arrivati l’agriturismo e un centro per l’essiccazione dell’aglio. La valorizzazione dei salumi ovini, invece, è l’obiettivo della sfida lanciata da Davide Morandi, produttore veneto che ha creduto nel ritorhot no delle greggi sui terreni marginali di pianura e sui pascoli prealpini bellunesi, fino a riuscire, oggi, a commercializzare i propri prodotti anche in Croazia e Svizzera. “La pastorizia”, racconta, “contribuisce a prevenire il dissesto idrogeologico e a dare un futuro a territori privi di turismo”.

Tra i monti dell’Emilia, poi, nel borgo di Faieto di Casina, popolato da tre sole famiglie, le sorelle Silvia e Alessia Tarabelloni sono titolari di La Maestà Bio, una delle quattro aziende protagoniste del rilancio del pecorino dell’Appennino Reggiano, prodotto secondo l’antica ricetta ormai caduta in disuso. “Non ne abbiamo mai quanto ne occorre per soddisfare la domanda”, svela soddisfatta Silvia. Intanto la valle, passata alla storia per l’umiliazione di Canossa inflitta a Enrico IV, torna a vivere grazie alla coltivazione della vite, ai noccioleti e agli allevamenti di lumache. E proprio alla vita di un operaio che non si rassegna all’abbandono del borgo natio in Valle Stura, Piemonte, dove torna per coltivare patate e allevare animali, è dedicato il docufilm “Cronaca di una vita semplice”, di Fabio Gianotti. Interamente recitato in lingua occitana, è stato premiato al Cervino Cinemountain International Film Festival.

 

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