Chi siamo? L’identità personale sta cambiando?

Nel 1993 sul New Yorker uscì una vignetta con un cane seduto al pc e la didascalia «su Internet nessuno sa che sei un cane». Detto in altro modo — con le parole di David Birch in «Identity is the New Money» (Laterza) — dagli albori del mondo digitale l’identità è andata in pezzi: «Non è più unica, né fissa. Usare personaggi diversi a seconda dei diversi tipi di transazioni diventerà naturale: avremo identità per le situazioni lavorative o personali, come oggi abbiamo indirizzi mail diversi per lavoro e per i messaggi extra lavorativi». Ma off line?

Nome, età, sesso, luogo di nascita, nazionalità, religione: le caselle da riempire per definire la propria identità, senza forzature ma sentendosi davvero «dentro la propria pelle», sono sempre meno. A partire dal nome: anonimato come strumento estremo di libertà. «Amo il mio paese, ma non ho spirito patriottico e nessun orgoglio nazionale. Digerisco male la pizza, mangio pochissimi spaghetti, non parlo ad alta voce, non gesticolo, odio tutte le mafie, non esclamo “Mamma mia!”», ha esordito sul Guardian Elena Ferrante, (pseudonimo) la scrittrice che ha risolto la questione alla radice oscurando l’identità (non si è stabilito chi sia veramente) e raccontando la propria italianità al di là degli stereotipi. Sono italiana e insieme non lo sono.

Altro esempio: i blind recruitment. Letteralmente: colloqui al buio,  utilizzati da multinazionali di tutto il mondo per selezionare i dipendenti, impongono di fare a meno di ogni informazione «sensibile» sui candidati che possa far cadere gli esaminatori nella trappola dei pregiudizi consci e inconsci, distraendoli da ciò che conta davvero: le abilità tecniche e l’esperienza sul campo.

Niente nome nel curriculum, né età, sesso, luogo di nascita. «Consapevoli che una forza lavoro diversificata permette di ottenere performance aziendali migliori», ha scritto Business Insider, molti selezionatori oscurano anche l’Università presso cui si è formato il candidato. Funziona? Pare di sì.

Uno dei primi esempi di blind recruitment  risale al 1980 e ha avuto luogo nella Toronto Symphony Orchestra, che fino ad allora, era composta quasi esclusivamente da maschi bianchi. La scuola optò per le selezioni «al buio», facendo suonare i candidati dietro uno schermo (un tappeto aveva il compito di cancellare il suono dei passi, così da non distinguere un tacco da una camminata maschile) e il risultato fu un riequilibrio che diede nuova linfa.

Simile a The Voice. Il talent che mette gli aspiranti cantanti davanti ad una giuria seduta, con un pulsante davanti e completamente di spalle al cantante. I coach della giuria, per scegliere i concorrenti,  non saranno condizionati dal loro aspetto fisico, ma soltanto dalla “voce”.  L’unico elemento necessario per far premere il pulsante e far girare uno o più coach, e di conseguenza far entrare il concorrente nel proprio team di appartenenza.

Dai colloqui di lavoro al buio, in cui si rinuncia alla propria identità a vantaggio di ciò che «si sa fare», alle nuove definizioni di sé.

«È sempre più difficile definire un individuo come giovane, adulto, vecchio, secondo i criteri dei dati anagrafici, perché si tratta più di scelte personali che di dati che costringono il percorso della vita», scrive l’intellettuale e uomo d’affari francese Hervé Juvin in un libro, «Il trionfo del corpo» (Egea). Un’analisi spietata di come il concetto di identità abbia subito negli ultimi decenni una mutazione. «Gli europei — continua — avranno l’età che sceglieranno di avere». La causa intentata da un gruppo di attrici hollywoodiane, che chiedono la cancellazione delle date di nascita dal sito di informazione cinematografica IMDb, racconta quanto l’età anagrafica sia ormai una casella «vuota», un dato che non racconta nulla di essenziale circa se stessi e la propria identità (anzi, porta fuori strada,  prestando il fianco a discriminazioni).

Ci sono caselle che «saltano» e ci sono vecchie rigidità che si ammorbidiscono, il racconto di se stessi che mescola elementi eterogenei, crea nuove identità.

Annamaria Testa, esperta in comunicazione,  in un suo articolo ricorda la descrizione che diede di sé Sadiq Khan, il sindaco di Londra. Khan si definisce «musulmano di origini pachistane» (fede e radici), «britannico» (appartenenza), «europeo» (cultura di riferimento), «laburista» (ideali), «avvocato» (competenze e capacità), «padre» (affetti e relazioni). Qualche volta aggiunge: «Tifoso del Liverpool» (passioni). Il puzzle che definisce l’identità è ora un insieme di pezzi accuratamente selezionati, emancipazione dalla gabbia anagrafica, ritratto di chi si è scelto di essere.

Se il concetto di identità personale sta cambiando, se saltano caselle e vecchie rigidità, mediante un  racconto di sé  che mescola elementi eterogenei, creando nuove identità; le imprese sono pronte a questi cambiamenti? Come devono rispondere? La classica profilazione del cliente ha ancora senso?

Liberamente tratto da: Corriere Della Sera
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