Una miniera d’oro: l’Egizio di Torino a tre anni dal rilancio

di Filomena Greco –Sole24ore

I numeri sono da media impresa italiana. In realtà si tratta di un Museo, anche se tra i più importanti al mondo per il patrimonio archeologico che custodisce. A tre anni dal rilancio, grazie al progetto di restauro frutto dell’impegno di Compagnia di San Paolo, Fondazione Crt, ministero e istituzioni locali, l’Egizio di Torino misura l’impatto economico sull’area metropolitana e lo fa affidando uno studio all’Agenzia Quorum e al Centro Studi Silvia Santagata di Torino.

Cosa emerge? Beh, che in un anno di attività – con oltre 850mila visitatori e due mostre temporanee in calendario – l’Egizio produce ricadute sul territorio per quasi 190 milioni di euro. Un dato complessivo a cui si arriva sommando le spese dirette – in media circa 80 euro a testa – in capo ai visitatori, le risorse impiegate direttamente dalla Fondazione che il Museo gestisce, sotto forma di acquisti da fornitori locali e stipendi, e valutando l’impatto, diretto, indiretto e sotto forma di indotto, delle attività generate dal Museo stesso.

Una istituzione culturale, racconta il presidente Evelina Christillin, «che ha l’obiettivo di essere inclusiva a 360 gradi, essere presente e vivere nella città, oltre a volersi rivolgere a tutti, indipendentemente da religione o status sociale». Viene spontaneo pensare alle immagini di qualche mese fa quando il direttore Christian Greco, arrivato a Torino nel 2014 dopo una carriera di ricerca e insegnamento all’estero, scese in strada per difendere dagli attacchi di Fratelli d’Italia la promozione messa in campo dall’Egizio per i cittadini arabi.

«L’esigenza di valutare l’impatto del Museo sul pubblico e sul territorio – spiega il direttore Greco – nasce dall’esperienza fatta da numerose istituzioni culturali all’estero. A tre anni dal rilancio del Museo, che nel frattempo ha raddoppiato il numero di visitatori, abbiamo sentito il bisogno di focalizzare punti di forza e debolezza, oltre che valutare quale impatto economico il Museo si porti dietro».

In campo, una base statistica costituita da oltre 3mila questionari, visitatori suddivisi in tre gruppi – tra loro quello «prezioso» dei viaggiatori più critici – e un livello medio di soddisfazione post visita che si attesta a quota 8,8. Oltre la metà dei visitatori è donna, quasi la maggioranza è laureato, sei su 10 arrivano da fuori regione e il 15% dall’estero, un dato che mette in evidenza il potenziale di crescita ulteriore della città e dell’Egizio in termini di visitatori.

Sullo sfondo, come ricorda Christillin nella veste di presidente dell’Enit, l’Agenzia nazionale del Turismo, il buon momento del turismo in Italia. «La crescita – spiega – raggiunge il 13%, con arte e musei a fare da driver anche se sta crescendo il peso dell’enogastronomia, con un’incidenza del turismo sul Pil che supera il 12%, a quota 13% se si considera l’impatto sull’occupazione globale, comunque indicatori tra i più alti d’Europa». Il quadro che emerge racconta di come il giro d’affari in capo all’Egizio rappresenti, secondo le stime del team di ricercatori, tra un quinto e un quarto delle ricadute del turismo culturale. Inoltre, per quasi un viaggiatore su due la decisione di visitare Torino è comunque collegata alla presenza del Museo Egizio. «Una responsabilità non da poco – commenta il direttore Greco, che aggiunge – che ci spinge a migliorare la nostra offerta a partire dalle zone d’ombra emerse dallo studio, come l’illuminazione del percorso fino ad arrivare ad una sempre maggiore fruibilità». Con un’accortezza però, che Greco puntualizza parlando del tema della multisensorialità nei percorsi museali: «credo serva un argine scientifico, siamo uno dei musei archeologici più importanti del paese e abbiamo il compito di mettere al centro conoscenza e ricerca. La spettacolarizzazione eccessiva noi non ce la possiamo permettere>>.

«Abbiamo stimato in 2,11 – spiega Enrico Eraldo Bertacchini, ricercatore dell’Università di Torino che ha curato la parte più economica dello studio – il moltiplicatore in grado di misurare quanto ogni euro attratto e speso sul territorio direttamente per il Museo possa generare come effetti economici diretti e indiretti sull’area metropolitana». Si tratta perlopiù di ricadute su alberghi, ristoranti e turismo in generale, ma il dato, aggiunge Bertacchini, comprende anche «servizi a valore aggiunto come l’editoria e la ricerca». Un rapporto molto positivo tra ricadute e spese dirette, «più vantaggioso rispetto ad altre realtà culturali».

 

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