Viaggio sulle strade da film. Da “Easy Rider” a “Il sorpasso

di Andrea Purgatori  da Style Magazine – Corriere della Sera

Quando cominciammo a scrivere Nel continente nero con Marco Risi, nel 1991, l’idea era raccontare il doppio viaggio di un figlio sulle tracce di un padre che, dopo averlo abbandonato, era morto improvvisamente in Africa, e la scoperta di un mondo nuovo accanto a un mascalzone fuggito in Africa per scappare dai propri guai. In realtà, i viaggi erano tre. Perché 15 anni prima quel mondo aveva acchiappato me e avevo voglia di fare una scommessa con la memoria del viaggio che mi aveva cambiato. Era la mia Africa che avevo voglia di raccontare, consegnandola nelle mani e nella faccia di Corso Salani (che tristezza pensare che non ci sia più). Erano gli incontri sorprendenti e irritanti che avevo avuto, tra prelati a caccia d’avorio e faccendieri in fuga dall’Italia, che volevo mettere in scena. Ripercorrendo emozioni e indignazione in una terra meravigliosa. Era lo spettacolo di milioni di gnu in movimento perenne e circolare tra Kenya, Uganda e Tanzania, all’inseguimento della vegetazione che le piogge facevano crescere e che avrebbe fatto da cornice al viaggio. E la scoperta di un universo di avventurieri che si era installato nella loro Africa contaminando una marcia secolare.

Ecco, quella contraddizione fatta di colonizzazione feroce e natura trovò la sintesi nella scena del coro di bambini di una missione che canta Volare (Nel blu dipinto di blu, ndr) di Domenico Modugno in lingua swahili, durante il funerale del padre del protagonista. Quell’idea surreale immaginata a tavolino ci fece ridere e commuovere. Ma avrebbe avuto lo stesso effetto sul pubblico? Sì, lo ebbe. E anche il viaggio del protagonista, che da quel momento sarebbe iniziato. Quando il cinema va sulla strada: da Easy Rider a Il sorpasso, la molla in fondo è sempre quella. Viaggia chi scrive e fa viaggiare chi guarda. Prendete Il padre d’Italia di Fabio Mollo, secondo me uno dei film italiani più belli di quest’anno. La storia di un giovane uomo, orfano e omosessuale, che si fa risucchiare nell’esistenza di una ragazza sbandata, scontrosa e incinta e come lui senza radici (Luca Marinelli e Isabella Ragonese). Due anime che galleggiano nel nulla di Torino, e poco importa svelarvi qui se riusciranno a ritrovarsi oppure no (per scoprirlo vale davvero la pena vederlo). A deciderlo sarà un viaggio pieno di spigolosità e segreti che faranno insieme attraversando l’Italia dal Piemonte alla Calabria. Anche in questo caso, una scommessa con la memoria. Ma non solo quella del protagonista, che all’inizio non ha alcuna voglia di partire. Come Jean-Louis Trintignant nel film di Dino Risi, che finisce sulla Aurelia convertibile di Vittorio Gassman un po’ a forza e da timido studente universitario alle prese con gli esami si ritrova scaraventato in un’avventura che lo cambierà per sempre.

Senza dubbio, Il sorpasso può essere considerato il paradigma di quasi tutti i road-movie italiani. In fondo, il viaggio di Gassman-Trintignant lo ritroviamo sotto forme diverse anche in molti film di Gabriele Salvatores, da Marrakech Express a Puerto Escondido: gli amici, il gruppo, la scintilla che fa decidere di mollare tutto e andare. E non soltanto perché l’idea del partire per provare e scoprire e scoprirsi è stata una costante che ha accompagnato almeno tre o quattro generazioni di quegli anni. Ogni film, se ci pensiamo bene, offre sempre al protagonista la possibilità di fare un viaggio alla fine del quale si ritroverà diverso, nel bene e nel male. Il viaggio, che può essere anche all’interno di se stessi, è una corsa a ostacoli, un’opportunità. Associarlo con un automatismo all’idea di commedia è riduttivo. Un errore. Basta ricordare Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci, film bellissimo e spesso sottovalutato, tratto dal romanzo di Paul Bowles (tre turisti americani nell’immediato dopoguerra, attraverso le sabbie del Marocco e le loro private insoddisfazioni), ma non solo, per capire che nel cinema la sfida di un viaggio è sempre e comunque una scelta drammatica.

Però, sì, ci sta che nella possibilità infinita dei contrasti e delle sorprese il viaggio contenga anche l’elemento comico. Come in quello a ritroso nel tempo di Roberto Benigni e Massimo Troisi in Non ci resta che piangere o in quello del quartetto di Amici miei; nel viaggio di Giancarlo Giannini-Mariangela Melato in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller e in quello di tre donne alla ricerca dei loro mariti fuggiti in Argentina in Tre mogli di Marco Risi. D’altronde, la parabola di ogni viaggio mette sempre a disposizione tutti i colori sul piatto della scrittura. E le soluzioni più estreme. Basta saper pescare con coraggio dentro il carattere dei protagonisti e portarli sull’orlo di una decisione finale. Thelma & Louise insegna.

Metteteci poi quello che nessuno sa, tranne gli autori: che per ogni road movie, oltre la memoria di un viaggio realmente consumato o solo immaginato, c’è il gusto infinito della ricerca sul posto. Il sopralluogo, un altro viaggio nel viaggio, una gara a sorprendere e farsi sorprendere da ciò che esiste realmente rispetto a un’idea, un sogno, una visione o la semplice meccanica di un passaggio della storia che viene amplificato o cancellato dai luoghi in cui il film sarà poi girato. Ecco, il racconto di un viaggio che diventa cinema è questo. Una stratificazione infinita di desideri e immaginazione intorno a una storia. Piccola o grande non importa. Perché se ne fanno pochi di film così? Perché costano molto, potrebbe essere la risposta banale ma vera. Perché la sfida di metterli in scena è una sfida produttivamente complessa, che non promette risultati certi. Ma c’è qualcuno che conosca la formula perfetta del film capace di mettere insieme l’idea geniale con la garanzia del successo? Beh, anche se esistesse, francamente non giurerei che avrebbe potuto generare un capolavoro come Il sorpasso. D’altronde, quel viaggio Dino Risi ce l’aveva talmente dentro, al di là di ogni considerazione economica, che quando cominciò le riprese non c’era nemmeno il protagonista. Trintignant arrivò qualche giorno dopo. A viaggio già iniziato. Appunto.